Il giornalino
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"Punti di vista"

  

Malattia (frasi sconfusionate a riguardo)

di Carlo Pieroni

Ho sempre avvertito questa parola e tutto ciò che significa come qualcosa di negativo, qualcosa da evitare o, nel peggiore dei casi da distruggere al più presto e in ogni modo.

Nella cultura “capitalistica-flessibilconsumistica” in cui mi trovo per nascita, la malattia ha due facce; una disprezzabile e una encomiabile.

La faccia disprezzabile è quella che tiene lontani dal lavoro, dal tempo ”libero”, dal benessere pubblicitario. Questa faccia è estremamente pericolosa perché intacca la produttività dell’azienda. Costringendo il lavoratore a casa  la malattia rende il dipendente , oh! Perdonatemi!, la risorsa umana, meno risorsa e più umana, a tutto discapito della sua produttività, e questo per uomini “illuminati” come i nostri imprenditori, è peccato mortale, da combattere in ogni modo.

Inoltre il lavoratore malato è anche un consumatore malato, e quindi consuma un po’ di meno (es: benzina, cibo, sport, vestiti, sigarette, ect…) minando così alla base i rapporti di forze che costituiscono la società “capitalistica-flessibilconsumistica” .

Pensate che nella mia mente contorta, si è perfino insinuato il dubbio che le campagne sempre crescenti contro l’influenza, non siano frutto di propositi umanitari ma di calcoli economici.

Ma vediamo la seconda faccia: quella encomiabile. Questa è tale perché permette alle industrie farmaceutiche di vendere il loro prodotti e in compagnia della sanità pubblica di mantenere un sacco di posti di lavoro.

Pensate a quanti poveri disoccupati se ci sentissimo tutti bene!

Comunque, al di là di queste considerazioni un po’ avvelenate, la malattia nella nostra cultura è qualcosa di fortemente negativo, da combattere e distruggere alla svelta.

Anch’io l’ho sempre pensata così, ma da qualche tempo si è infiltrato nella mia mente il dubbio che poi questa malattia non sia proprio così temibile e tremenda.

Ho iniziato a considerarla da nuove angolazioni. Come prima cosa ho cambiato idee sulle cause della malattia. Mentre prima credevo che queste dipendessero in primo luogo dalla sfortuna, poi dall’ambiente inquinato e frenetico, poi dagli altri che sempre mi attaccano e che debbo sopportare, dal cibo chimico e, in ultima analisi, anche da me, ora credo al contrario, che dipendano essenzialmente da me.

Non è il mondo che mi è ostile, ma io che non essendo in armonia con me stesso, vivo con ostilità il rapporto con il mondo.

Quando per la prima volta feci questa considerazione a me stesso, dalla folla di persone che invadono la mia mente si alzò uno che disse: “Deficiente! E allora quelli che lavorano a contatto con le sostanze tossiche e si ammalano, a quelli che gli racconti, che il loro rapporto con se stessi gli ha causato il cancro? E agli operai dei cantieri edili che spesso sono costretti a lavorare senza dispositivi di sicurezza…A quelli, che storia gli vai raccontando?”.
Non sapevo come rispondere a me stesso, quando, per fortuna un altro me stesso che si trovava in quell’assemblea prese le mie difese e, risparmiandomi il suo lungo discorso, disse che a ben vedere avevo proprio ragione io. Spiegò infatti che il problema non era solo nel fatto che gli industriali non badavano alla sicurezza degli operai ma, principalmente, negli operai che non avevano la forza e la coscienza per fare in modo che le norme sulla sicurezza venissero osservate. Oppure, parlando dello stress di ritmi di lavoro sempre più complessi per aumentare la produttività, disse che anche qui erano gli operai che dovevano in primo luogo lottare per avere ritmi di lavoro più umani e naturali.

Parlò poi anche dei “cibi chimici”, imputando i danni causati da questi non solo alle aziende produttrici, ma, in particolar modo, alle persone che continuano ad acquistarli. E così, questo me stesso dimostrò a tutta l’assemblea con un discorso fiume di più di cinque ore (un giorno ve lo scriverò in versione integrale), che tutto ciò che ci causa malattia dipende essenzialmente da noi.

Chiarito questo dubbio con me stesso, se ne presentò subito un altro e cioè quale significato avesse la malattia. Anche qui la questione fu sottoposta all’assemblea nella mia testa. Il dibattito è tuttora in corso, ma sono stato autorizzato a darvi qualche anticipazione. Sentite qua!

La malattia è il segnale che la nostra anima ci manda per farci capire qualcosa che ancora ci sfugge, ma che è essenziale per la nostra crescita spirituale. Qualcuno arrivò perfino a dire che l’unico scopo della nostra esistenza terrena sia proprio questa crescita spirituale.

Mah! Incredibile!

Io comunque a questi primi risultati ci ho creduto e così ho iniziato a vedere le cose in quest’ottica. La malattia, ora, non è più una maledizione, una completa sfortuna, ma un avvertimento, un messaggio da capire che nasconde un grande insegnamento. Per esempio, mentre scrivo queste righe, ho una fastidiosissima infiammazione della bocca che non mi permette di parlare senza dolore e che mi costringe a tagliuzzare minuziosamente ogni cibo e a mangiarlo molto lentamente. Fino a qualche tempo fa avrei preso qualche medicina per farmela passare in fretta, ora invece me la tengo con più serenità e, non ci crederete, con un po’ di cura, sapendo che appena avrò rimosso le cause che ho posto per “causarla”, la malattia svanirà da sola e che queste le potrò rimuovere solamente comprendendo il messaggio nascosto nella mia malattia. Così facendo mi eviterò pene maggiori

 

PS. : Secondo me il messaggio nascosto è: mangia con più calma e parla di meno!


  L'assoluta inutilità della televisione

di Carlo Pieroni

 

Nel 1991 ero all'apice della mia carriera di venditore di televisori, riuscivo a vendere a tutti di tutto, il commercio ce l'avevo nel sangue. Ero contento, tutto il giorno a diffondere le meraviglie dell'elettronica, ero il più informato. Sapevo prima degli altri come sarebbe stato il futuro e la mia missione era quella di venderlo al prezzo più conveniente possibile. Passavo ore davanti a muri di 60 televisori sintonizzati sullo stesso canale e mi credevo immune dai messaggi che, senza sosta, rigettavano sulle persone comuni.

La mia sicurezza di avere l'immunità al virus della televisione era rafforzata dal fatto che da tempo avevo avviato anche la mia carriera di venditore televisivo, e quindi, sapevo tutto sulle leggi che regolano gli spot pubblicitari. Io ero dalla parte di quelli che premono i bottoni, non da quella di chi deve obbedire.

Ignoravo, supportato anche dai pareri di illustri docenti, politici, tuttologi, esperti di ogni genere e rango, che la televisione è nociva di per sé, indipendentemente dall'uso che se ne fa.
E chi avrebbe potuto sospettare il contrario, quando il "Costanzo di turno" con il suo fare bonario riprendeva i suoi ospiti, che si erano quasi scannati per definire se la televisione fosse buona o cattiva, e con la luce del saggio vissuto spiegava: "Ma nooo!...Che vuol dire la televisione è buona o è cattiva...mica la televisione pensa, è l'uomo che usa questo mezzo che ne può fare un uso corretto o scorretto...".

"Ahaaa....! Adesso è chiaro, c'eravamo tutti sbagliati, la televisione non è cattiva di per sé" pensarono i minchioni di telespettatori...oh! scusate volevo dire i milioni di telespettatori, e il pubblico in sala a sottolineare con un grosso applauso liberatorio e riconciliante con la divinità ingiustamente accusata.

Passarono gli anni e finalmente iniziai a sospettare, poi a dubitare fortemente e alla fine capii che la televisione è nociva di per sé, indipendentemente dall'uso che se ne fa.

Dico questo per due ragioni fondamentali. Primo: abbassa il nostro livello di esperienza ( e quindi di comprensione della realtà) a ritmo esponenziale. Secondo: crea dipendenza.

La televisione ci rende passivi fruitori di "un'esperienza preconfezionata" e per di più di bassissimo livello. "L'esperienza televisiva", oltre ad essere fondamentalmente imposta, e cioè sono altri che decidono il palinsesto, che decidono quando e come bisogna ridere, piangere, avere paura, ect...è essenzialmente falsa.
Noi non viviamo l'inseguimento ai banditi davvero, ma ci fanno credere di viverlo. Noi non viviamo la storia d'amore davvero, ma crediamo di viverla mentre la guardiamo in televisione. Questa falsità, innata alla televisione, è pericolosissima perché, piano piano, senza che nessuno se ne accorga, sostituisce la nostra conoscenza della realtà e determina i nostri giudizi e i nostri comportamenti.
Una cosa è vedere la gente che muore di fame in Africa e pensare di aver capito quant'è brutta la fame, una cosa è stare in Africa a morire di fame e capire con la vita quant'è brutta la fame.

Quanti di noi inorridiscono davanti alla guerra? Ma la guerra, vissuta davvero, è un'altra cosa. Non so se mi sono spiegato, perché l'argomento è davvero difficile da sondare.
Noi siamo così assuefatti alla cultura televisiva, da dare ormai per acquisite, vissute e definitivamente conosciute cose che non conosciamo affatto.
Quanta differenza di conoscenza c'è tra vedere un piatto fumante di spaghetti alla carbonara a mezzogiorno quando si ha fame in televisione e mangiarsi un piatto di spaghetti alla carbonara.

Non so se è chiaro ma l'abisso c'è, e secondo me è evidente.

La realtà della televisione è virtuale e dobbiamo subirla passivamente. Se l'uomo è ciò che pensa e ciò che sperimenta, noi che facciamo esperienze virtuali non siamo forse uomini virtuali?

Per questo e per altri motivi (che non ho tempo di trattare) affermo che l'unica grandissima utilità della televisione sta' nel fatto di farci capire, col tempo e con la sofferenza, che non serve assolutamente a niente e che quindi va estinta dalla faccia della terra.

PS: Ho esagerato? Voi che ne pensate?  ;o)


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